La forma del codice e la combinazione di colori dell’editor davano al monitor lo stesso aspetto di un televisore sintonizzato su un canale morto. Il gusto amaro del caffè mattutino non aveva ancora lasciato la lingua del Programmatore seduto alla sua postazione. Gli algoritmi si creavano nel vuoto pneumatico dei suoi pensieri e fluivano nelle sue dita per prendere forma in righe di codice asettiche e fredde.
Il pendolo mentale venne interrotto da una presenza umana che poteva essere lì da pochi minuti come da diverse ore. Il Programmatore identificò l’umano come un Ingegnere in Telecomunicazioni e cercò di non curarsi di lui. L’Ingegnere seguitava però a creare del fastidioso rumore aprendo e richiudendo i cassetti dell’ampio e grigio bancone di laboratorio. Pochi attimi di silenzio fecero sperare al Programmatore che la presenza avesse terminato la sua attività disturbatrice ma la speranza si infranse quando la figura dell’Ingegnere ricomparve a pochi centimetri dalla postazione del Programmatore.
“Hai un alimentatore con la spina italiana?”. Il solo fatto che l’Ingegnere avesse emesso dei suoni nella frequenza del parlato umano era per lui motivo di irritazione sufficiente a rovinargli la giornata. Dopo una frazione di un attimo, il tempo per il suo cervello decodificare la semantica di quella domanda, la sua intera settimana era rovinata.
“No, non ho un alimentatore con la spina italiana. Non conosco l’intero inventario di questo laboratorio.” Un asettico “Ah.” fu la risposta al tentativo di interrompere immediatamente qualsiasi forma di comunicazione con l’Ingegnere. Il tentativo fu vano perché esso continuò: “Devo accendere questo apparato ma ho solo questo alimentatore.” Il Programmatore non si curò di guardare nei dettagli ne l’apparato ne l’alimentatore che l’Ingegnere stringeva tra le mani: il primo era un anonima scatola grigiastra, il secondo un alimentatore altrettanto anonimo.
Il Programmatore si distaccò dal mondo reale, tornando nel suo verso composto da codici ed astrazioni di realtà, le sue dita ricominciarono a far scorrere il codice e la figura dell’Ingegnere si allontanò come un vascello fantasma che scompare tra i fumi di una nebbia digitale.
Parecchi cicli umani più tardi la coscienza del Programmatore tornò in contatto con la Realtà, richiamata dalla presenza, ancora una volta, dell’Ingegnere. Esso stava di nuovo trafficando con il bancone di laboratorio e con l’apparato. Il Programmatore rallentò il flusso del codice. Questa volta parve che fosse riuscito a collegare il dispositivo all’alimentazione elettrica.
Il Programmatore rallentò ancora un poco il fluire del codice quando sentì il rumore, il tipico ‘click’, di un tasto di accensione. Il Programmatore continuò a scrivere codice, l’Ingegnere rimase in attesa. I secondi passarono. Poi l’Ingegnere esclamò “Non funziona.”. L’irritazione cedette il passo alla curiosità: il Programmatore interruppe il flusso e si alzo dalla postazione per andare a vedere il motivo di tanto dolore in quella mattina anonima.
Il Programmatore si avvicinò al banco: l’apparato era collegato ad una antenna su un connettore, l’altro connettore era dell’alimentazione. Il cavo collegato a questo connettore portava all’alimentatore. Gli occhi del Programmatore seguirono i collegamenti: l’alimentatore era collegato ad una ciabbatta con un adattatore dalla funzionalità puramente meccanica.
Poi la realtà si parò davanti con tutta la sua massa di stupidità ed ignoranza umani: sopra l’alimentatore la scritta “Made in USA” e “120V” lasciavano poco spazio all’immaginazione a proposito della causa del guasto. Il Programmatore era stanco. Stanco del codice, stanco. Tutto ciò che avrebbe voluto era il servizio in camera, della birra Messicana fredda, escort da €10.000 a notte e camicie inamidate di lavanderia.
Il Programmatore tornò alla sua postazione senza dire una parola e le sue dita ricominciarono a far scorrere il codice…